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L'Italia dovrà rispondere alla Corte europea dei diritti dell'uomo per non aver consegnato alla CPI un torturatore libico

  • Writer: Refugees in Libya
    Refugees in Libya
  • Oct 14, 2025
  • 3 min read

Una vittima di Almasri presenta ricorso contro l’Italia a Strasburgo 

BERLINO / ROMA, 14 OTTOBRE 2025

Una vittima di tortura e altri gravi crimini, subiti durante la sua detenzione illegale in

Libia, ha presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro l'Italia per

non aver collaborato alle indagini e al procedimento penale avviati dalla Corte

penale internazionale (Cpi) nei confronti di un alto funzionario libico ricercato per

crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Osama Elmasry Njeem (noto anche

come Almasri), uno dei leader della c.d. “Forza speciale di deterrenza per la lotta al

terrorismo e alla criminalità organizzata” (“Al-Radaa”), era a capo del centro di

detenzione di Mitiga in cui é stato detenuto il ricorrente.

A seguito della mancata cooperazione dello Stato e la mancata consegna di

Almasri alla Cpi dopo il suo arresto in Italia, l'Italia dovrá ora rispondere alla Corte

europea dei diritti dell'uomo. La domanda a nome del ricorrente, anonimo per

motivi di protezione, è stata presentata da un team legale guidato dai professori

Andrea Saccucci e Chantal Meloni con il sostegno del Centro europeo per i diritti

costituzionali e umani (ECCHR) e Refugees in Libya. Dopo un esame preliminare,

la domanda è stata formalmente registrata e il caso sarà esaminato dalla Corte.

“Per la prima volta, la Corte europea dei diritti dell'uomo esaminerà il rifiuto di uno

Stato di consegnare un sospettato di tortura e omicidi, ricercato su mandato di

arresto della Cpi. La vita del ricorrente è stata messa in grave pericolo non solo per

mano di Almasri mentre era detenuto in Libia, ma anche per l'inadempienza

dell'Italia ai propri obblighi giuridici che ha portato alla mancata consegna del

sospettato,” afferma Chantal Meloni, uno dei legali che rappresentano il ricorrente in Italia. “Il comportamento dell'Italia viola il dovere degli Stati di cooperare con i

meccanismi di giustizia internazionale e di condurre indagini effettive sulle

violazioni del diritto alla vita e del divieto di tortura, ai sensi degli articoli 2 e 3 della

Convenzione. Rilasciando Almasri, l'Italia ha ostacolato le indagini e negato alle

vittime qualsiasi prospettiva di giustizia.”

Il ricorrente, proveniente da un paese dell'Africa subsahariana, era stato catturato

dalla c.d. Guardia costiera libica, che riceve finanziamenti cospiqui, attrezzature e

formazione dall'Unione europea (UE) e dall'Italia, mentre attraversava il

Mediterraneo centrale su un gommone. Il ricorrente è stato detenuto illegalmente in

diversi luoghi di detenzione libici, tra cui la base militare di Mitiga controllata da

Almasri, dove è stato sottoposto a lavori forzati e torture. In seguito è riuscito a

fuggire e ora risiede in Italia. Dal 2017 la Corte penale internazionale sta

indagando su gravi crimini commessi contro migranti e rifugiati nel contesto della

situazione libica. Accusato di aver commesso e supervisionato omicidi, torture,

stupri e altre forme di violenza sessuale, Almasri è stato oggetto di un mandato di

arresto emesso dalla Corte penale internazionale il 18 gennaio 2025. Dopo essere

entrato nell'UE, la polizia italiana ha arrestato il sospettato su segnalazione urgente

dell'Interpol. Tuttavia, a causa del mancato adempimento da parte del Ministro

della Giustizia dei suoi doveri di cooperazione ai sensi della legge italiana e dello

Statuto della Cpi, la Corte d'Appello di Roma ha ordinato il rilascio di Almasri e il

sospettato è stato trasportato in Libia con un aereo di proprietà dello Stato italiano.

“L'Italia e la Libia devono porre fine alla loro collaborazione mortale,” afferma un

portavoce di Refugees in Libya. “Rilasciando Almasri, il governo italiano ha

vittimizzato nuovamente i sopravvissuti.” Dopo un'indagine iniziale, la settimana

scorsa il Parlamento italiano ha votato contro l'autorizzazione di un'indagine penale

nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del ministro dell'Interno

Matteo Piantedosi e del segretario di gabinetto Alfredo Mantovano, per il loro

comportamento illegale che ha ostacolato la giustizia, vanificando gli sforzi per

perseguire Almasri presso la Corte penale internazionale.

“L'Italia deve essere ritenuta responsabile per il suo ruolo nel consentire i crimini

internazionali commessi in Libia, nonché nel proteggere i funzionari sia in Libia che

in Italia dall'incriminazione,” afferma Allison West, consulente legale presso

l'ECCHR. “Questo caso dimostra che la cooperazione con la Corte penale

internazionale non è facoltativa, ma fa parte degli obblighi internazionali degli Statidi indagare e prevenire la tortura e altri crimini gravi ai sensi della Convenzione

europea dei diritti dell'uomo.”

Questa settimana, l'Italia e la Libia sono pronte a rinnovare un memorandum

d'intesa firmato per la prima volta nel 2017 che prevede finanziamenti dell'UE e il

coordinamento di FRONTEX per addestrare, finanziare ed equipaggiare le forze

libiche. Una vasta documentazione dimostra che queste forze sono responsabili

dell'arresto, della detenzione, della tortura e della schiavitù sistematici di coloro che

catturano in mare. Una campagna lanciata da Refugees in Libya chiede di porre

fine al memorandum, di smettere di favorire i torturatori, di porre fine all'impunità e

di offrire alternative sicure alle persone intrappolate nel ciclo della tortura in Libia.



 
 
 

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